Anche se Vivaldi non è stato l’inventore del concerto solistico – come Presley non è stato l’inventore del rock’n'roll – con la sua Opera Terza, “L’Estro Armonico” (1711), il concerto venne canonizzato e il Prete Rosso ne divenne il suo profeta. Sagacemente, invece di stamparlo a Venezia, Vivaldi lo mandò da Estienne Roger di Amsterdam, specializzato nell’editoria musicale di qualità, garantendosi nel contempo una maggiore diffusione internazionale. Dopo l’Opera Prima – le sonate a tre di diretta ascendenza corelliana – e l’Opera Seconda – sonate per violino e basso nelle quali l’inventiva si fa via via maggiore - con l’Estro Armonico Vivaldi incomincia davvero a scatenare gli ormoni della sua creatività. Si tratta di dodici concerti, suddivisi esattamente in quattro blocchi di concerti a 4, 2 e 1 violino. La tipologia è ancora ibrida. Il debito verso Corelli si fa sentire ancora una volta, sia negli spazi che ricordano il concerto grosso, nei quali il violino è parte di una scrittura in tre parti, sia negli Adagi, molti dei quali sono caratterizzati dallo ‘staccato’ regolare dei medesimi di Corelli, oppure nell’accompagnamento degli archi che spesso assume una fisionomia ‘classica’. Le interrelazioni tra gli autori dei concerti di questi anni del Settecento andrebbero indagate in profondità: il dodicesimo concerto grosso di Corelli è infatti in realtà un concerto per violino solista, la cui qualità di scrittura si avvicina molto ad alcune sonate dell’Op. II di Vivaldi e a qualche movimento della stessa Opera Terza. Convivono con questi arcaismi le novità peculiari introdotte dal compositore veneziano: la disinvoltura con la quale tratta i motivi che compongono i suoi pezzi, basati sul contrasto, azzardato per l’epoca, tra gli archi e la voce solista. Un’altra innovazione è la reale ‘solitudine’ del violino che in molti pezzi si esibisce senza la parte armonica sottostante o, varie volte, accompagnato dai suoi confratelli di tono acuto, sperimentando effetti che troveranno il loro culmine nelle Quattro Stagioni. Il piglio assertivo di certi motivi, fatto di poche note ribattute in inizio di frase, ricorda da vicino un certo tipo di modalità per le quali è noto Beethoven, e che parrebbe strano non abbia conosciuto le stesse sue prerogative nell’opera di Vivaldi (è esemplare soprattutto il secondo Allegro del concerto n. 8).
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